Lavoro 2016, la luce in fondo al tunnel?  UN’OCCHIATA AL MANIFATTURIERO VENETO

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Un contributo di analisi sullo stato del manifatturiero in vista del convegno sul lavoro promosso per il prossimo 13 febbraio a Venezia da SEL e Sinistra Veneta.

Nel recente passato la manifattura era la punta di diamante dell’economia veneta. Qual è il suo stato di salute? L’industria manifatturiera veneta rappresenta poco più del 12 % del settore produttivo veneto con concentrazioni più alte, circa il 20%, nel bellunese, nel basso veronese, nella pedemontana e nell’alto vicentino.
53 mila imprese attive nel primo trimestre 2015, di cui due terzi artigiane.
Settori di attività e numero imprese:
Prodotti in metallo (Meccaniche/mettalurgiche/porte e finestre…)  
10.800
Confezione di articoli di abbigliamento, in pelle e pellicce 
5.500
Mobili
4.100
Orafi
4.100
Fabbricazione macchinari (formatura metalli, industria alimentare, agricoltura)
3.800
prodotti di carpenteria e per l’edilizia
3.800
In tutto questi sei comparti rappresentano oltre il 60% del manifatturiero veneto.
Poi ci sono la produzione di pane e pasticceria nell’ambito alimentare (1.840 aziende), la fabbricazione di calzature (quasi 1.400 aziende), la fabbricazione di articoli in materie platiche (1.250), il taglio, la modellatura e finitura di pietre (900 imprese).
Collocazione geografica delle diverse realtà:
 Apparecchiature elettriche ed elettroniche:  Pa-Tre-Ve centrale
Fabbricazione di articoli in pelle: Riviera del Brenta, Treviso e cintura, ovest vicentino
Industria del legno: pedemontana, bellunese, est trevigiano e veneziano
Lavorazioni di minerali non metalliferi: alto veronese, alto vicentino, bellunese orientale e veneziano orientale;
Fabbricazione di carta, stampa ed editoria: Verona e cintura, Pa-Tre-Ve centrale;
Fabbricazione di computer, elettronica ed ottica: provincia di Padova e provincia di Belluno;
Fabbricazione di mobili:  alto vicentino, alto bellunese, est trevigiano e veneziano, crocevia tra le province di Padova, Verona e Rovigo;
Meccanica e macchine: asse Verona-Vicenza-Padova;
Mezzi di trasporto: provincia di Verona e provincia di Venezia
La recessione ha fatto sparire  circa 5.500 imprese manifatturiere;  a livello artigiano le contrazioni percentuali sia generali che settoriali sono molto simili alla manifattura nel complesso, ed in termini assoluti si parla di oltre 3.600 imprese in meno.
A soffrire di più, i comparti “chiave”:
fabbricazione mobili -17%
industria del legno  -15%
prodotti non metalliferi -14%
abbigliamento, metallo e macchinari -11%
Nel complesso, solamente la riparazione, manutenzione ed installazione di macchine ha registrato un lieve incremento, così come l’industria delle bevande, legata in particolare al vitivinicolo,  ma il dato non si sposta in modo significativo.
Dati del sistema camerale
Nuove iscrizioni   2000 imprese
Cessazioni            2900 imprese
Saldo                     – 900 imprese
Occupazione manifatturiera       
340.000 operai, 133.000 impiegati, 19.000 apprendisti, 14.000 quadri/dirigenti
siderurgia e prodotti in metallo: 109.000
tessile ed abbigliamento:  75 mila
meccanica:   65 mila
 Inquadramento contrattuale :
gli operai rappresentano dal 72% (alimentare e bevande, legno e mobili) al 60% dei dipendenti (chimica e plastica, elettrica ed elettronica), con frequenze maggiori di apprendisti nell’alimentare (7%). Nell’elettrica ed elettronica, meccanica e chimica e plastica si supera il 30% di impiegati.
Nella chimica e plastica gli alti livelli dipendenti assumono un certo rilievo (7% di quadri).
La presenza femminile è, naturalmente, piuttosto limitata nel comparto manifatturiero rispetto all’economia veneta in generale: il divario è di circa 12 punti percentuali, con le donne a rappresentare nel produttivo circa il 32% dei dipendenti.
Vi sono però tre settori in cui la componente femminile è più consistente, ed in un caso addirittura predominante: nel tessile ed abbigliamento (60%, in particolare nelle confezioni con il 71% di donne), nell’alimentare e bevande (45%) e nell’elettrica ed elettronica (37%, con la punta del 50% nella fabbricazione di apparecchi medicali e di strumenti ottici e di precisione.
Conseguenze della crisi
Sono stati persi 50.000 posti di lavoro (-8,6%)  con una flessione doppia rispetto al dato sull’intera economia veneta (-3,9%).  La  recessione ha “mandato per la strada”  40 mila operai e quasi 4.000  apprendisti, 4100 impiegati,  mentre i cosiddetti “quadri”  sono cresciuti di 460 unità.
Legno e del mobile  -19%
lavorazioni non metallifere  -17%
tessile e abbigliamento  -13%
chimica, plastica e meccanica  -4%
alimentare  +2%
Un dato non può essere trascurato, la crisi sta facendo emergere una situazione paradossale
gli Under 25 – 32%
dai 25 ai 34 anni  – 15% (60 mila lavoratori in meno)
dai 45 ai 54 anni   +11%
senior   +29% (in totale, +26 mila circa). 
L’aumento dell’età pensionabile e le nuove norme introdotte dal governo Renzi sulla precarizzazione del lavoro ha reso i giovani i più esposti all’espulsione in caso di crisi aziendali.
Rapporto tra manifatturiero e sistema creditizio.
Un dato su tutti: sono stati erogati circa 30 miliardi di euro, il 7% in meno che nel 2011. Le banche ripongono nel comparto produttivo in questo momento un atteggiamento articolato: erogazioni maggiori nel settore della fabbricazione di apparecchiature elettriche e per uso domestico (+9,7%) nei prodotti chimici e farmaceutici (+5,9%), nelle industrie alimentari e delle bevande (+5,4%) e nella fabbricazione di macchinari (+5,1%). Taglio dell’oltre 10% dei contributi invece nella fabbricazione di computer e prodotti elettronici ed elettromedicali  e nella fabbricazione di articoli in gomma e materie plastiche.
Conclusioni
La condizione attuale è tale che se gli imprenditori continueranno a ritenere i loro problemi principalmente legati al “sentimento anti-impresa in ambito giuridico, legislativo e sindacale”, non si va da nessuna parte. Occorre sempre dire, pur con le dovute eccezioni, che non vediamo imprenditori alla mensa della Caritas e quindi anche quando parliamo della ricerca, dell’innovazione, di responsabilità sociale delle imprese, parliamo dal punto di vista delle condizioni dei lavoratori, dell’importanza  della loro valorizzazione, del riconoscimento del loro sapere, della necessità di mettere a frutto la freschezza innovativa dei giovani.
Bene spiega il compagno Oscar Mancini, con l’esperienza della sua lunga militanza nella Cgil veneta, quando afferma che gli avversari tradizionali del comparto produttivo non sono il fisco e la burocrazia: “Dopo gli scandali che hanno travolto il Veneto mi sarei aspettato un po’ di autocritica. È forse colpa della burocrazia e non invece di tre decenni di deroghe alle regole se il Mose, grazie alla concessione unica, ha sperperato nel giro di dieci anni un miliardo di “extracosti” ovvero di “cresta”? È forse colpa burocrazia se i veleni sono finiti sotto la Valdastico e se la Corte dei conti interviene così duramente sui costi della Pedemontana Veneta? Queste opere non sono state forse costruite con le leggi obiettivo da loro invocate perché snelliscono le procedure burocratiche? Se gli ospedali di Mestre o di Santorso costruiti con la perversa modalità del project financing in salsa veneta costano cifre fuori mercato è colpa di chi? Questo è il vero meccanismo anti-impresa che ha imperversato anche grazie al silenzio di Confindustria finché non è scoppiato lo scandalo”.
Noi non abbiamo dubbi. Serve una radicale trasformazione del sistema produttivo veneto, serve una riconversione strategica  ed ecologica delle produzioni,  si deve puntare su ricerca e innovazione.
Basta trucchetti ed espedienti; c’è bisogno di un progetto di respiro che punti alla piena occupazione, non un immaginario di “nicchia” ma un piano strategico capace di rimettere in moto tutta la società per una svolta epocale.
Vi era una un presagio nella sinistra quando ancora era capace di darsi anima e lungimiranza che si declinava con il “cosa, come e per chi produrre”. Questo per noi rimane lo snodo.

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