La sconfitta referendaria accresce l’allarme per le sorti della democrazia

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Nonostante il silenzio assordante di TV e giornali di regime, gli appelli all’astensione di Renzi e Napolitano, nonostante il disimpegno di quasi tutte le forze politiche, comprese quelle che in Consiglio regionale del Veneto avevano votato per promuovere il referendum, un milione e mezzo di cittadini veneti si è recato al volto e l’86%  ha detto SI, per fermare le trivelle  sul nostro mare.
Oltre 13 milioni e mezzo di si nel paese, un dato rilevante, che evidenzia la forte domanda di cambiamento in materia di politiche energetiche, di tutela del territorio, di valorizzazione del patrimonio ambientale e paesaggistico.
Un voto contro le scelte di svendita alle multinazionali del patrimonio universale e delle risorse naturali imposte dal governo e da un arrogante Renzi.
Non si è raggiunto il fatidico quorum, ma sapevamo che non sarebbe stato facile. Chi come noi ha promosso  in questi mesi banchetti informativi nei mercati, aveva colto il disinteresse generale, la scarsa informazione, ma anche il distacco, la rassegnazione, la convinzione che votare sarebbe stato del tutto inutile. Lo si capiva guardando i tabelloni elettorali del tutto spogli dei nostri territori, dove gli unici due manifesti erano quelli della Lega ed il nostro di Sinistra Italiana. Lo si capiva soprattutto parlando con i giovani.
Non sono state sconfitte le argomentazioni nel merito del quesito referendario, l’allarme va compreso su un terreno assai più generale e molto più preoccupante.
Aveva ragione Carlo Marx e la sua teoria dello Stato.
La democrazia poco si concilia con lo Stato borghese e l’economia di mercato. La storia dimostra che le forme di governo che lo stato capitalistico può darsi, tendono per lo più all’accentramento del potere in poche mani. Una volta precisata la natura di classe dello stato, appare evidente che l’attuale crisi della democrazia è il prodotto del venir meno delle ragioni che prima, ai fini della migliore conservazione del sistema, avevano fatto privilegiare la mediazione del conflitto.
La crisi del ciclo di accumulazione del capitale ha prodotto, infatti, una serie notevole di modificazioni. Con l’appropriazione parassitaria di plusvalore basate sulla produzione su larga scala di capitale fittizio si è resa necessaria un’inversione delle politiche salariali e la  ristrutturazione della spesa pubblica con i tagli della spesa sociale e lo smantellamento dello “stato sociale”. Nello stesso tempo la concentrazione e centralizzazione del capitale  e le dinamiche dei processi di distribuzione della ricchezza mondialmente prodotta, hanno determinato la frantumazione della vecchia aristocrazia operaia e un gigantesco processo di proletarizzazione proprio di quei ceti medi che costituivano la base del consenso sociale.
Ne è scaturita insieme alla generale riduzione dei margini necessari per gestire con successo la mediazione del conflitto sociale anche lo svuotamento delle istituzione che quella mediazione governavano a cominciare dal parlamento.

L’attacco alla politica, condotto con ogni mezzo lecito ed illecito, ben lungi dall’avere intenti  moralizzatori, ha permesso di dare base di massa e popolare a percorsi di smantellamento delle strutture rappresentative.
Si è costruito quel luogo comune per cui la democrazia  è uno sperpero di denaro. Gli imbonitori che in questi anni hanno brandito il civismo contro la democrazia dei partiti, sono stati funzionali a questo percorso e la corruzione, per decenni tollerata, ha offerto sul piatto del populismo qualunquista non la testa dei banditi, ma la stessa idea che l’impegno collettivo fosse solo una opportunità per privilegi e furbetti.
Consigli Comunali al lumicino e sindaci trasformati in Podestà, Province svuotate della rappresentanza eletta dal popolo, Regioni private di competenze e risorse, l’istituto referendario svilito. Un Parlamento oramai privo di ogni capacità legislativa, ridotto a tribuna propagandistica.
Il Governo di nominati, espressione dei banchieri e delle multinazionali, intende  ora cancellare la nostra Costituzione antifascista.
Possiamo esorcizzare tutto ciò?
C’è o non c’è l’urgenza di mettere in campo una forza politica di sinistra degna di questo nome, che sappia raccogliere le forze necessarie per rispondere con autorevolezza a questa offensiva reazionaria?
Serve un partito di sinistra capace di mettere in campo una massa critica adeguata, una forza capace di rispondere sul terreno dei bisogni in modo efficace e concreto, di riempire quel vuoto di rappresentanza che priva oggi i lavoratori ed i ceti popolari di un riferimento fondamentale per ricomporre la diaspora.
Una proposta organizzata, che consideri fin d’ora con urgenza la necessità di promuovere una campagna popolare, diffusa, casa per casa, visibile, contro le modifiche costituzionali di Renzi
L’attacco dei banchieri e dei loro sgherri europei alle Costituzioni antifasciste è l’architrave di un disegno che intende cancellare l’idea stessa di uguaglianza e di giustizia sociale ed economica.
In autunno voteremo per il referendum sulla Costituzione, facciamo che il nostro No alle modifiche Renzi, sia l’inizio di un riscatto.
Non abbiamo nemmeno un minuto da perdere.

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