Come andare avanti con la sinistra europea?

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Interessante articolo pubblicato dalla rivista di Sinistra Lavoro – Punto Rosso
di Heinz Bierbaum*

Innescato dagli sviluppi in Grecia (prima la speranza di una politica alternativa col trionfo di Syriza nelle elezioni di gennaio e la successiva conquista del governo, poi l’estorsione degli accordi del 13 luglio, analoghi al passato), si è sviluppato un vasto ed intenso dibattito nella sinistra di tutta Europa.

La vastità delle argomentazioni è enorme. Si va da un giudizio di consenso rispetto all’accordo fino all’accusa di tradimento. Per quanto riguarda il futuro della politica europea il perno della discussione risiede nel ruolo dell’euro. C’è un ampio consenso sul fatto che l’accordo è cattivo e rappresenta una prosecuzione della politica della Troika.
Alexis Tsipras ha tuttavia ottenuto un successo perché si ritiene che abbia evitato il peggio e conquistato un certo margine di manovra nella questione del debito e che il ricatto tedesco della “Grexit” legittimi la sottoscrizione d’un accordo, da lui stesso giudicato negativo.
È chiaro che con l’accordo non miglioreranno i grandi problemi sociali, ma esso non contribuirà neppure alla ripresa economica. Inoltre l’accordo contraddice chiaramente il referendum del 6 luglio in cui il popolo greco s’è espresso a grande maggioranza contro la prosecuzione della politica di austerità. Ma l’accusa di tradimento è falsa, perché viene giudicata in modo sbagliato la difficoltà in cui si è trovato il governo greco.

“Grexit”, minaccia od opportunità?

La “Grexit” viene giudicata in modo molto eterogeneo. Non solo l’ala sinistra di Syriza, ma anche una sempre maggior parte delle sinistre europee, non la vede come una minaccia, ma piuttosto come un’opportunità per una politica alternativa rispetto alla Troika. Alcuni considerano l’uscita dall’euro quasi come una condizione indispensabile per un’alternativa di sinistra. Il motivo addotto è che i negoziati con il governo greco hanno dimostrato che nel quadro dell’Euro non è possibile differenziarsi rispetto alle politiche di austerità. L’euro è considerato come una sorta di incarnazione dell’austerità neoliberista.
Ciò è sicuramente esagerato perché questa politica ci sarebbe anche senza l’euro, perché è sancita anche nei Trattati europei, i quali rendono impossibile qualsiasi altra politica.
È stato un errore il fatto che, nonostante tutte le critiche rivolte all’Unione europea e alle sue istituzioni, la Commissione e il governo europeo non abbiano consentito, almeno in piccola parte, qualche ulteriore concessione, rispettando le scelte democratiche della popolazione greca. Non s’è trattato solo di un errore di Syriza, ma anche della maggior parte della sinistra europea che ha sottovalutato la brutalità con cui la BCE aveva già messo il cappio al collo al governo Tsipras.
Queste esperienze mostrano che l’Europa deve essere nuovamente rifondata. Che una revisione e una rifondazione delle basi contrattuali dell’Europa è inevitabile.
L’uscita dall’euro richiede infatti un intenso dibattito. Averlo ipotizzato in passato, in una certa misura, è stato un errore. È del tutto chiaro che una uscita dall’euro e il ritorno ad una salvaguardia nazionale comporta rischi sostanziali. La svalutazione sarebbe inevitabile e porterebbe ad un drastico abbassamento del potere d’acquisto. La minaccia di inflazione crescerebbe, in particolare quando, come in Grecia, la quota delle importazioni è molto elevata.
Un problema può anche essere costituito dalla reazione dei mercati finanziari e, quindi, l’accesso al mercato del credito. Anche alla maggior parte dei sostenitori di un’uscita è chiaro che devono essere adottate misure per evitare un collasso della nuova moneta e per mantenere la svalutazione entro certi limiti.
Inoltre, il ritiro dovrebbe essere collegato ad altre misure, come la nazionalizzazione del settore bancario e un programma di investimenti pubblici.
Ed ancora, dato che la politica economica è il risultato d’un certo margine di manovra, occorrerebbe vedere se il tasso di cambio sarebbe adatto a un diverso andamento economico. Ciò è stato infatti utilizzato in passato solo nei paesi del sud, per migliorare notevolmente le prospettive di esportazione. Ciò presuppone però che vi siano anche prodotti adeguati. Nel caso della Grecia se ne può fortemente dubitare, dato lo stato della sua economia.
Un approccio specifico è rappresentato da Oskar Lafontaine, che sostiene un ritorno graduale ad una maggiore flessibilità del sistema monetario europeo e in particolare del sistema di “allerta precoce”. Ciò permetterebbe una maggiore flessibilità, tenendo conto così della rispettiva forza economica.
Il motivo di tale richiesta deriva dal fatto che egli ritiene che, dati gli squilibri esistenti in Europa (e ciò riguarda soprattutto la Germania con le sue elevate eccedenze di bilancia commerciale) l’euro non debba essere mantenuto. In ciò si trova in accordo con una vasta serie di economisti.
Dietro tale approccio Lafontaine nasconde, in ultima analisi, una concezione del controllo keynesiano dall’alto che, però, funziona solo se è possibile imporre una battuta d’arresto ai dettami dei mercati finanziari.
Oskar Lafontaine sostiene anche il “Piano B”, lanciato recentemente in Francia da Jean-Luc Mélenchon e dal Front de Gauche, con l’intento d’una democratizzazione dell’Europa, che richiede un’alternativa al regime dell’euro.

I capisaldi d’una politica alternativa

Quindi nel necessario dibattito sul futuro della moneta europea è compreso l’esame delle alternative all’euro, tuttavia va criticato il fatto di ridurre tutto alla domanda “uscire sì o no”. La questione della moneta deve essere considerata nel contesto globale di una concezione di politica alternativa.
Steffen Lehndorff ha ragione quando scrive: “in una prospettiva di sinistra, l’unione monetaria, così come qualsiasi altro sistema monetario può essere, né più né meno, una vera e propria condizione iniziale o un limite per una politica progressista” (“Nach dem Platzen der Hoffnungen” in “Sozialismus”, 9/2015, pag. 35-39).
L’unica questione rilevante è, dunque, se uno o l’altro ordine monetario faciliterebbe una avanzata della politica di alternativa.
Da sinistra in Europa è stata sviluppata tutta una serie di proposte e richieste politiche, che possono essere, a mio avviso, sostanzialmente riassunte in tre punti:
– Operare un cambiamento fondamentale nel ruolo della BCE.
– Invertire la precedente politica distributiva.
– Realizzare politiche economiche attive con un programma di investimenti pubblici.
Di importanza fondamentale è la “democratizzazione” della finanza. Senza questo cambiamento fondamentale non sarà possibile realizzare nessuna politica alternativa.
In primo luogo si tratta di impedire la speculazione finanziaria con una rigorosa regolamentazione dei fondi speculativi (hedge fund) e dei fondi azionari (private equity fund), nonché la “sterilizzazione” dei paradisi fiscali.
La valutazione della situazione finanziaria dei paesi da parte delle Agenzie di valutazione (rating) private, deve essere eliminata o almeno essere sostituita da un ente pubblico.
La Bce dovrebbe operare come “prestatore di ultima istanza” per i paesi europei e assumere la responsabilità dello sviluppo e dell’occupazione. Anziché mettere a disposizione delle banche private dei finanziamenti a bassi tassi di interesse, che queste provvedono poi a trasmettere sotto forma di prestiti agli Stati, con un aumento assai rilevante degli interessi, gli Stati dovrebbero essere finanziati direttamente.
Un altro elemento importante è la complessiva riorganizzazione di tutto il sistema bancario. Perciò la Linke chiede che il sistema bancario tedesco venga trasformato, nazionalizzando le banche private e quindi riducendolo ai due pilastri delle banche pubbliche e delle Casse di risparmio e le Banche di Credito Cooperativo. L’obiettivo è che le attività delle banche vengano focalizzate sulle loro funzioni al servizio dell’economia e la speculazione venga impedita.
Invece di ridurre i salari e la spesa sociale occorre aumentarli. Non si tratta solo d’un problema di giustizia sociale, ma anche di un intervento volto a stimolare la domanda aggregata interna. Ciò serve in particolare a ridurre il saldo negativo della bilancia commerciale degli altri paesi nei confronti della Germania.
In questo contesto un ruolo importante per una politica redistributiva alternativa è svolto da una politica fiscale socialmente equa, che veda una tassazione molto più elevata dei ricchi e dei grandi patrimoni. Ciò implica pure la necessità di un prelievo patrimoniale che, tuttavia, non ha finora ancora trovato un consenso unanime da parte della sinistra europea.
Il terzo elemento programmatico di una politica alternativa è rappresentato da un piano di investimenti pubblici. Da lungo tempo la sinistra ha portato avanti, sia a livello europeo che nazionale, la richiesta di investimenti pubblici in programmi futuri per il miglioramento delle condizioni di lavoro e di vita e la trasformazione sociale ed ecologica globale dell’economia.
In questo contesto sono interessanti anche le proposte sindacali. Così la DGB ha preso l’iniziativa per un “Piano Marshall” per l’Europa. La Federazione sindacale europea CES ha richiesto un programma di investimenti pubblici pari al 3% del Pil dell’Unione europea, che ha definito “una nuova strada per l’Europa”. Campi di investimento significativi (simili al Piano Marshall) sono i bisogni sociali, vale a dire in particolare l’istruzione e la sanità, la casa, le infrastrutture, ma anche l’energia e la mobilità. In particolare dovrebbe essere fatto riferimento anche al dibattito, finora non adeguatamente sviluppato, sulla politica industriale, che deve però essere fortemente collegato al tema della democrazia economica.
Nel dibattito pubblico è stata messa in secondo piano la questione di come affrontare il problema del debito. La richiesta di Syriza d’una sollecita conferenza europea sul debito continua ad essere attuale. Il debito greco è insostenibile, anche dopo che il Fondo Monetario Internazionale ha affermato che un suo taglio è indispensabile. La valutazione del debito (l’audit del debito) è di grande importanza politica. A tale proposito va fatto riferimento alle proposte delle Nazioni Unite sulla ristrutturazione del debito sovrano, che hanno trovato il sostegno anche di Piketty, Varoufakis, Galbraith, Flassbeck e altri.

Il rischio di una divisione della sinistra

Subito dopo la battuta d’arresto del 13 luglio, è di fondamentale importanza per l’ulteriore sviluppo delle sinistre europee che esse convergano su una piattaforma programmatica comune, sui cui punti essenziali vi sia un sufficiente accordo e si approfondisca la discussione politica. Ciò è particolarmente vero per il Partito della Sinistra Europea, che ha finora poco definito il proprio profilo sostanziale. Con l’università estiva annuale e col “Forum delle Alternative”, tenutosi per la prima volta quest’anno, sono disponibili piattaforme che possono essere utilizzate.
L’unificazione della discussione, tattica e strategica, deve superare la questione della moneta, soprattutto perché v’è il pericolo che la sinistra europea si divida proprio rispetto alla posizione sull’euro. Contro i sostenitori dell’uscita dall’euro viene spesso rivolta l’accusa di nazionalismo: gli europei da un lato, i nazionalisti dall’altro, ma si tratta di giustapposizioni sbagliate che non fanno avanzare la sinistra.
Non si tratta certo di nazionalismo se, considerando i bassi margini consentiti a livello europeo, da più opzioni di progettazione nazionale si intende promuovere un sistema monetario più flessibile, che renda possibile una politica alternativa in e per l’Europa.
Si deve inoltre tenere presente che le lotte sociali hanno scarso successo a livello europeo, mentre sono ancora forti a livello nazionale. Ciò vale per i movimenti di massa in Grecia, così come in Spagna, in Portogallo e in Italia. Inoltre anche lo sciopero generale europeo del novembre 2012, che in realtà è stato uno sciopero solo in pochi paesi, non ha finora trovato alcuna continuità. Dei veri movimenti europei sono ancora poco consistenti, anche se alcuni sono, sia pur parzialmente, in crescita. Naturalmente, anche il confronto sociale nazionale assume spesso una prospettiva europea e ciò va rafforzarlo.
La divisione, o addirittura la scissione, della sinistra europea è un rischio assai grave, reso ancor più disastroso dal fatto che l’equilibrio del potere politico in Europa non è certo favorevole per le politiche di sinistra. La politica di austerità neoliberista è supportata non solo dalle forze politiche conservatrici, ma anche dai socialdemocratici. La “grande coalizione” funziona, di fatto, anche a livello europeo.
Proprio i negoziati con la Grecia hanno dimostrato che la socialdemocrazia non è in grado di operare per un cambiamento della politica a livello europeo. Resta ancora un barlume di speranza rappresentata dall’elezione di Jeremy Corbin come nuovo presidente del Partito laburista, ma non c’è più nulla altrove.
In aggiunta a questa egemonia borghese in molte situazioni è cresciuta in Europa una forte estrema destra. Ciò non avviene solo in Francia, dove il Front National rappresenta una forza molto influente, ma anche in molti altri paesi europei. È particolarmente forte in centro ed est Europa, con particolare riferimento all’Ungheria. E per accresce il loro peso in tutta Europa le destre includono le forze estremiste e spesso fasciste.
La sinistra è cresciuta nelle ultime elezioni europee, ma è ancora relativamente debole. Degna di nota è stata la crescita di Syriza, che ha capito che in Grecia la protesta si presta ad aprire un prospettiva politica pratica e s’è assunta il ruolo di motore e parte delle lotte dei movimenti sociali. Ma questo processo ora è stato per la prima volta fermato.
In Spagna, con Podemos, è emerso un movimento populista di sinistra, che ha sconvolto lo scenario politico, trovando ampi consensi. Tuttavia la sua crescita è ora rallentata, per cui Podemos è costretto a cercare delle alleanze, che hanno avuto molto successo nelle elezioni regionali e locali nel maggio di quest’anno. In questo contesto, la sinistra in Spagna ha promosso la strategia di Unità Popolare per le prossime elezioni nazionali.
Non molto bene sta la sinistra francese dove il Front de Gauche deve fare i conti con notevoli problemi.
In Italia, lo stato della sinistra rimane ancora un dramma, anche se negli ultimi tempi fa nascere una qualche speranza il fatto che stiano crescendo le aspirazioni a costituire una nuova formazione politica unitaria della sinistra.
Anche se la sinistra non è stata in grado in Germania di esercitare una pressione efficace sul governo, rappresenta uno stabile e importante fattore di sviluppo europeo.
Con il fallimento di Syriza nel riuscire ad evitare un piano anti-austerità in Grecia, è stata messa fortemente in dubbio una “strategia dell’effetto domino” per costituire un polo di paesi contrari alla politica della Troika. Se Syriza avesse avuto successo, avrebbe dato una spinta alla Spagna, dove uno spostamento politico a sinistra non deve essere, tuttavia, ancora escluso. Il fallimento in Grecia ha portato a considerazioni fondamentali circa l’ulteriore approccio strategico della sinistra.
In questo contesto il dibattito sull’uscita dall’euro non s’è solo intensificato, ma anche esteso come opzione strategica per un’altra Europa. Ciò vale anche per il “Piano B” avviato e sostenuto fortemente da Mélenchon, progettato come una campagna, come la sua iniziativa per un percorso di sviluppo fondamentalmente nuovo, per porre fine a una certa Europa ad egemonia tedesca.
Rispetto a quella parte della sinistra che è con Syriza e che al tempo stesso ritiene fallito il “riformismo di sinistra” concordo, se con questo si intende che i margini di manovra all’interno della UE sono stati sopravvalutati.
Ciò diventa tuttavia molto problematico quando viene negata qualsiasi possibilità di cambiamento, mentre si auspica la sola strada di una strategia rivoluzionaria del conflitto sociale e della lotta di classe. Perché per tale ipotesi nella realtà europea vi sono pochi spunti possibili. Non è presente in Europa un vero sconvolgimento sociale, per non dire di un processo rivoluzionario.

Campagne e alleanze

C’è naturalmente una notevole insoddisfazione per la politica europea, che si manifesta in protesta sociale e ha assunto anche dimensioni abbastanza notevoli in alcune parti dell’Europa. Ma questa protesta non si orienta solo a sinistra, ma in larga misura anche a destra.
La sinistra deve innanzitutto continuare a combattere, per essere in grado di diventare egemone. Per raggiungere una posizione egemonica, il principale orientamento strategico della sinistra deve essere in Europa.
A tal fine, è in primo luogo necessario intensificare il dibattito sul programma politico e giungere a progetti politici comuni che siano adatti per promuovere delle campagne su larga scala. La lotta contro il TTIP è uno di questi progetti. Sarebbe concepibile anche una campagna per gli investimenti pubblici per i lavori in aree socialmente significative, finanziati con fondi pubblici fuori dalle rigide e controproducenti regole di bilancio (Fiscal Compact).
In tale contesto una proposta concreta potrebbe essere quella del PCF di istituire un fondo per lo sviluppo ecologico e, in particolare, al fine di finanziare i servizi pubblici.
È necessaria una vasta alleanza di tutte le forze di sinistra, sia partitiche che sociali e dei movimenti sindacali e dei cittadini. Se fosse possibile coinvolgere più fortemente i sindacati, ciò costituirebbe un notevole passo avanti. È già presente una convergenza politica nei contenuti, come nella critica dell’austerità e per la politica industriale e degli investimenti.
Il Partito della Sinistra Europea svolge un importante funzione di coordinamento. Tuttavia, esso richiede anche delle corrispondenti iniziative da parte dei partiti più importanti e più forti della stessa sinistra, poiché il Partito della Sinistra Europea è troppo debole per svolgere la funzione di propulsione politica comune. Tuttavia esso può aiutare in modo significativo ed anche offrire una piattaforma per il necessario processo per un accordo programmatico nella sinistra. Il rafforzamento del profilo politico della sinistra, in concomitanza con la più ampia alleanza possibile, le darebbe un peso maggiore nei conflitti sociali.
L’espansione delle lotte sociali, che sono il motore e il compito della sinistra, si deve trasformare in politica, che resta il requisito indispensabile per un cambiamento davvero fondamentale in Europa.

* Da “Sozialismus”, 10/2015 pagg 36-39. Heinz Bierbaum è presidente della Commissione internazionale del Consiglio del partito della Sinistra (Linke) e direttore amministrativo del Gruppo della Sinistra (Linke) nel parlamento della Saar. (Traduzione dal tedesco di Giancarlo Saccoman).

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