Il Veneto dei veleni ECODISASTRI E BUONI AFFARI

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Destano sconcerto e un legittimo allarme, i dati che emergono dai monitoraggi  svolti dalla sezione veterinaria e sicurezza alimentare della Regione Veneto nelle province di Padova, Verona e Vicenza che confermano la presenza di Pfas in tutta la catena alimentare. I campioni sui quali sono stati trovati i Pfas (sostanze perfluoro-alchiliche, utilizzate per impermeabilizzare tessuti e altri materiali) per un valore variabile da 1 a ben 57,4 microgrammi/kilogrammo riguardano in particolare uova, pesci, bovini, insalata, bieta, foraggio e altre carni. Dall’Associazione Medici per l’Ambiente la denuncia non lascia dubbi sulla gravità della situazione. La presenza tra le sostanze monitorate di alte concentrazioni di pfos, sostanza bandita fin dal 2002, conferma che le falde, i suoli e la catena alimentare sono state contaminate in modo forse irreversibile. La situazione è così seria dall’aver deciso di estendere il monitoraggio anche sulle popolazioni.
Sull’origine dell’inquinamento non ci sono molti dubbi, lo avevamo denunciato fin dal 2013 con una interrogazione regionale nella quale la federazione della Sinistra Veneta tramite il consigliere Petteno’ chiedeva precise verifiche sulle responsabilità della ditta Miteni di Trissino, sugli scarichi inquinanti della quale è ancora in corso una inchiesta della Magistratura. Fin dagli anni ’70 la fabbrica ha prodotto i pfas, come composti chimici che rendono le superfici trattate resistenti all’acqua, allo sporco e all’olio.Vengono usate per produrre numerosi prodotti come impermeabilizzanti per tessuti, pelli e carta oleata; schiume anti-incendio per gli estintori; cera per pavimenti e detersivi; scioline; contenitori per alimenti. L’utilizzo più noto è come rivestimento antiaderente del pentolame (Teflon) e dei tessuti impermebilizzanti e tessuti tecnici come il Goretex. La presenza di sostanze perfluoro-alchiliche nelle acque potabili di trenta Comuni dell’ovest vicentino e del basso veronese era nota, così come i rischi per la salute di un ‘area dove insistono oltre 300.000 abitanti. A livello medico i Pfas sono riconosciuti come interferenti endocrini e causa probabile delle peggiori  patologie mediche.  Negli Stati Uniti  i perfluorati alchilici sono inseriti nella lista delle sostanze cancerogene per animali e uomini, sono inclusi nella lista degli inquinanti ambientali persistenti della Convenzione di Stoccolma, assieme alla diossina, al Ddt e ad altre sostanze che dovrebbero essere eliminate immediatamente dall’ambiente.. Ma l’allarme per l’inquinamento delle acque, dei suoli, della catena alimentare e per  i rischi per le persone sembra doversi arricchire di un ulteriore nuovo capitolo. Se qualcuno pensasse che le sostanze chimiche sparse sui terreni, genericamente definite pesticidi, siano oramai un problema del passato, si sbaglia di grosso. L’international Agency for the Research on Cancer (IARC) dell’OMS di Lione ha incluso il glifosato nella lista dei probabili cancerogeni per l’uomo. Il glifosato è un diserbante sistemico di post-emergenza non selettivo (fitotossico per tutte le piante). A differenza di altri prodotti, viene assorbito per via fogliare (prodotto sistemico), ma successivamente traslocato in ogni altra posizione della pianta per via prevalentemente floematica. Fino al 2001 data di scadenza dell’esclusiva, il brevetto era di proprietà della  Monsanto, colosso della chimica e azienda produttrice del Roundup, il diserbante a base di glifosato, il cui consumo secondo le stime della US Geological Survey,  è passato dai 50 milioni di tonnellate del 2002 ai 128 del 2012, alle oltre 300 nel 2014. Dai dati noti, poco aggiornati, si è comunque in grado di definire il glifosato uno degli erbicidi più usato anche nel nostro paese, Mentre l’unico dato noto per il Veneto è riferito alla provincia di Treviso ed è datato 2007, dove si parla di un impiego di c.a. 55.000 chilogrammi di glifosato e da allora il consumo è certamente cresciuto in modo esponenziale. Sulla sostanza solo negli ultimi anni pare si stia accentuando l’attenzione, qualche istituto allude che nei prossimi anni sarà al centro dell’a modesto. Il glifosato ha una penetrazione molto bassa nel suolo, limitata a una profondità di circa 20 centimetri , di conseguenza, è molto limitata la probabilità che suoi residui riescano a raggiungere le falde acquifere. Occorre dire che la neutralita della scienza  non è certo priva di ombre. Sopratutto se questa gode di laute donazioni proprio dalle stesse potenze multinazionali. Nel 2012 la rivista Food and Chemical Toxicology pubblicò uno studio di Gilles-Éric Séralini e collaboratori che evidenziava grave patogenicità e cancerogenicità nei ratti, ma la ricerca, in seguito, fu ritirata per le critiche ricevute dalla comunità scientifica. Secondo alcuni studi successivi della Prof.ssa Monika Krüger dell’Università di Lipsia, il glifosato provocherebbe irreversibili modifiche genetiche sugli animali di allevamento (bovini e suini soprattutto) su cui sono stati condotti gli studi. Gli studi hanno dimostrato una correlazione tra l’alta tossicità del glifosato utilizzato per la disinfestazione dei campi e le svariate e gravi malattie riscontrate negli animali (nei suini queste si presentavano come malformazioni della spina dorsale, del muso e dei denti; nei bovini, invece, si riscontrava una disfunzione della regolare deambulazione e infezioni diffuse delle zampe posteriori). Nel marzo 2015, l’organismo internazionale IARC) ha classificato la sostanza come “probabile cancerogena per l’uomo”. Studi in laboratorio hanno dimostrato che il glifosato induce nelle cellule danni a livello genetico e stress ossidativo. Ma come si sa, in tempo di crisi parlare del modello di sviluppo e di ambiente e salute non è popolare. Si dovrebbe investire nella protezione e prevenzione ambientale, proprio per evitare di passare da una emergenza all’altra. Emergenze che è bene comprende comportano minacce per la vita di decine di migliaia di persone, ma anche costi economici e sociali enormi per la nostra comunità. 
Ma la Regione Veneto, va in tutt’altra direzione e ha operato un irrazionale ridimensionamento dell’Agenzia Regionale per l’Ambiente Arpav.
Si è proceduto alla chiusura dei laboratori e allo smantellamento dei servizi in molte provincie. Con la scusa di una “riorganizzazione”, in realtà si è perseguito l’obiettivo di allontanare la vigilanza ed i presidi dai territori, allo scopo di aumentare il controllo politico sulla struttura.

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