Rimettere radici

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Giustizia sociale, uguaglianza, pace, solidarietà, sono stati i cardini del pensiero alle fondamenta della storia e dell’azione della sinistra.
Sono stati i motori di grandi lotte e conquiste sociali e di progresso.
Oggi per grandi fette di popolazione sono diventati orpelli, categorie in disuso, disvalori.
La grande sconfitta politica del movimento dei lavoratori e la desertificazione delle organizzazioni politiche della sinistra, hanno lasciato campo aperto al pensiero unico delle classi dominanti, riconsegnandoci una idea di società fondata sulla competizione e la selezione meritocratica, sulla prepotenza gerarchica, sull’egoismo e l’individualismo.

Come diceva Pier Paolo Pasolini, è la costruzione del pensar comune che poi si traduce in opere.
Con il progressivo evaporare del pensiero forte della sinistra, abbiamo visto perdersi il concetto di umanità, disintegrarsi ogni idea di una possibile soluzione e crescita collettiva, esplodere la competizione sfrenata fin dentro le famiglie… insomma parafrasando Marx.. l’impresa capitalistica ha “sussunto”, lavoro e vita ( e natura).
Lo spazio ideale lasciato vuoto, è stato occupato scientificamente dalle classi sociali vincenti, che hanno ridisegnato un grande campo ideologico che si è conquistato una ampia adesione interclassista e di massa, rendendo possibile la legittimazione delle differenze sociali come base fondante del sistema, il ritorno alla legge naturale nei rapporti tra popoli, l’autoritarismo e l’esclusione come strumento di stabilizzazione, l’idea di libertà come concetto di imposizione della immutabilita’ degli squilibri economici e sociali.

Torniamo sulla terra. Se i titolari di una azienda per sfruttare i lavoratori e fare profitti sui loro salari, chiudono in Veneto, delocalizzano e aprono in Romania, per la maggioranza delle persone saranno scelte legittime e inevitabili; attardarsi a rivendicare i diritti sul lavoro e dello stato sociale, per una fetta crescente di popolo sarà considerato una fastidiosa difesa di privilegi anacronistici.
Lo svuotamento delle regole democratiche sarà considerato una necessità per essere efficienti; le politiche di guerra una inevitabile conseguenza dello status di benessere da mantenere; il razzismo e la xenofobia forme di autodifesa di una nazione minacciata.

Ciò che rimane dei gruppi dirigenti delle formazioni politiche della sinistra italiana, si interroga su come ripartire, forti, uniti, coesì, moderni, aperti ed includenti… Intanto si moltiplicano scissioni, espulsioni, distinguo, nascono nuove reti, nuovi partitini, cantieri civici, civili, partecipati, i professori, i saggi…
Se la speranza è ultima a morire, i gruppi dirigenti probabilmente saranno i penultimi.
Non si coglie l’urgenza di mettere in campo una forza politica, grande e utile, con un programma finalmente ragionato almeno su scala europea e nello stesso tempo con gambe e testa sui territori.
Una classe dirigente che da vent’anni non né indovina una, avrebbe come imperativo politico, culturale, etico, mettersi a disposizione, favorire un ricambio non solo generazionale.
Invece ancora una volta assistiamo a processi, con tentativi di accordo e divaricazioni, tra gli stessi che hanno sulle loro spalle il peso di aver devastato la sinistra durante il governo Prodi, portato al disfacimento ciò che rimaneva in piedi con l’arcobaleno, con rivoluzione civile.

Intanto nei bar di periferia il populismo semina odio, i siti dello strapaese tra una sagra e una bocciofila, sono un proliferare di domanda di esclusione, di differenzialismo, di veemente richiesta d’ordine, sicurezza, disciplina e normalità.
La destra radicale, parafascista, con i suoi messaggi semplici in sintonia con il pensiero di larghe fette di proletariato, si prepara a dare le sue risposte alla crisi ed ai disagi e fenomeni che provoca.

Non sono sparite le lotte degli operai, le realtà che si battono per il diritto alla casa, per la difesa della sanità e scuola pubblica, i giovani precari che provano ad organizzarsi.
Ma è sparito il senso comune di queste esperienze, il sentire collettivo, la consapevolezza che tra le giuste battaglie utili e concrete e l’idea di una alternativa si devono mantenere dei legami.

Il senso collettivo, il portato dei valori, la lettura critica dello stato delle cose presenti, le iniziative da intraprendere si devono riconnettere, ripartendo dalle radici.

Ecco perché è necessario ritrovarsi con la propria comunità, nel il territorio dove si vive, si lavora, per una nuova e orizzontale relazione.
Usare gli strumenti vecchi e nuovi per comunicare, non aver paura di contrastare sul terreno dei valori lo strapotere dei luoghi comuni.
provare a dire la propria in modo organizzato sui grandi temi ma prestare attenzione alle cose di ogni giorno, del paese, del quartiere.

Nei prossimi mesi qualcosa a livello nazionale potrebbe partire, sarà l’ennesimo carrozzone elettorale? Oppure si darà vita ad un percorso rifondativo dal basso a sinistra?
La speranza, come si diceva, non è ancora venuta meno
Intanto, come diceva il presidente Mao in un’altra era, meglio ritornare ad essere pesci nell’acqua.

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