Un partito di sinistra o è in mano ai lavoratori o non è di sinistra

11022524_431234507039081_5843796184376748391_n

Luigi Vinci, Milano, 3 settembre 2015

Premessa: ho scritto nel titolo “in mano ai lavoratori” anziché “rappresentante dei lavoratori” o “dalla parte dei lavoratori” perché queste due formule si prestano da tempo a celare ben altri tipi di rapporti di partito ai lavoratori, o ricorrendo a pretesti ideologici o facendo finta di niente. Ciò non toglie che non si tratta di discutere delle formule, ma della sostanza.
E’ stato per me molto interessante leggere nel corso di quest’estate gli interventi sul manifesto in tema di necessità che la sinistra politica si riaggreghi e su come farlo e perché e in quali tempi ed esattamente tra chi; ma devo subito dichiarare che i motivi prevalenti dell’interesse non sono stati i contenuti esplicitati degli interventi. Questi interventi continuano ed è ragionevole ritenere che ciò, che in ogni caso è utile, avverrà a lungo, essendo l’obiettivo dell’aggregazione a sinistra finalmente all’ordine del giorno ed esso impegnando più gruppi politici.
La vera ragione del mio interesse per quegli interventi è presto detta: quasi tutti sono venuti da figure che con i “soggetti sociali” (in senso lato quelli lavorativi sfruttati nonché ogni altra soggettività vittima di rapporti iniqui) che dovrebbero essere partecipi di quest’aggregazione, perché non fallisca, non hanno nessuna relazione né è parso sappiano alcunché. Ho infatti scoperto leggendo gli interventi che il proletariato industriale sta scomparendo sostituito da un proletariato intellettuale disperso e che la totalità sostanziale dei giovani è indifferente alla “politica”. Giova rammentare che l’industria occupa in Italia 8 milioni di addetti e il pubblico impiego, altamente concentrato per definizione e fatto anche di figure rigorosamente proletarie, inoltre quasi tutto proletarizzato quanto a condizioni di lavoro e di vita, ne occupa 4 milioni. Accanto a queste figure ci sono quelle salariate in agricoltura e nel commercio e ci sono i disoccupati che vorrebbero non esserlo. Se aggiungiamo al complesso delle figure lavorative salariate, occupate e non, i membri non lavorativi delle loro famiglie superiamo largamente la metà della popolazione italiana. Certo esistono quote disperse in crescita di lavoratori intellettuali: ma rispetto alle cifre complessive rappresentano una porzione minuscola. Certo sono in corso da tempo e proseguono grandi trasformazioni di vario tipo da parte capitalistica o neoliberista della configurazione e delle forme di impiego di tali aree lavorative: ma è tutt’altra questione. Giova infine rammentare che non c’è quartiere urbano o paese che non abbia un collettivo di ragazze e ragazzi di sinistra, spesso precari o disoccupati; così come non c’è scuola media o università che non abbia un analogo collettivo.
Ecco, intanto, qualcosa di ciò che mi è parso interessante notare tra quanto non esplicitato negli interventi: il fatto che tutte le grandi chiacchiere accademiche, sociologiche o mediatiche prosistemiche di questi decenni hanno fatto presa robusta nell’intellighenzia e nella parte colta delle classi medie, generando nelle loro sinistre un pessimismo disperato e una disperata ricerca a tentoni e saltapicchiando di qualcosa cui affidare le speranze di riscatto dei “soggetti” eredi quanto a condizioni di vita dell’ex proletariato, e le proprie speranze di tornare a essere utili politicamente. Dagli anni ottanta a oggi abbiamo davvero letto o ascoltato di tutto, spesso in crescendo esponenziali, e ciò ha fatto presa nella parte intellettuale democratica e di sinistra della società, salvo rare eccezioni; e persino abbiamo letto o ascoltato tentativi di trovare qualcosa di essenzialmente positivo in una serie di risultati di adattamento di quote di mondo del lavoro alle operazioni capitalistiche e neoliberiste distruttive delle loro condizioni di lavoro e di vita. Di conseguenza tutto è stato scritto negli interventi sul manifesto tranne che osservare (ma per farlo sarebbe occorso un rapporto degli intervenuti con il mondo del lavoro, diretto o mediato da un’organizzazione) una serie di cose: che esiste da tempo un dibattito in CGIL sulla necessità, anche dal punto di vista una superiore efficacia dell’azione sindacale, della ricostituzione in Italia di un partito di classe con basi di massa; parimenti che una quota non insignificante di lavoratori (computabile a mio avviso, e lo affermo con cognizione piena di causa, in un 10-15% dell’elemento lavorativo attivo a livello di RSU e di periferia sindacale) auspica e sollecita in più modi la ricostituzione di una sinistra politica nella quale i lavoratori abbiano voce in capitolo decisiva (non sia dunque in mano a ceti politici e apparati burocratici disorientati, autoreferenziali, comodamente accomodati nelle istituzioni rappresentative, anche in conseguenza di tutt’altra provenienza di classe, ecc.); infine che il tema del lavoro, ovviamente in questa o quella sua declinazione, dato le differenze operanti nel complesso delle classi popolari, è, quanto meno dall’esplosione della crisi del 2007, in testa alle loro preoccupazioni.
Tra le manifestazioni del disorientamento e della disperazione dell’intellighenzia ecc. di sinistra c’è anche l’idea che ciò che occorra fare sia riflettere, capire, produrre quindi nuova teoria. Va a sé che questo è vero ma che se significa disimpegno rispetto alla politica attiva e organizzata è, al contrario, un’illusione: se non hai alcun rapporto neanche con il custode dell’edificio dove abiti è difficile che tu riesca a produrre qualcosa di più che il ribadimento della tua disperazione e continue fughe astratte in avanti destinate a lasciare il tempo che trovano. In qualche caso si tratta invece di ritorni accuratamente rielaborati ma anche accuratamente ripetitivi agli apparati teorici nonché ai miti e ai riti del bel tempo che fu.
Giova svolgere alcuni ragionamenti. Il primo, che ogni grandi autorivoluzionamento capitalistico sulla base di un “salto” tecnico-scientifico (come quello in corso, e per di più in accelerazione, dagli anni ottanta) distrugge e ricrea largamente la composizione dell’industria, quella del proletariato, industriale e non, quella del semiproletariato, quella stessa della grande borghesia capitalistica, inoltre impegna il movimento operaia a rifare quasi da capo il suo apparato teorico-strategico. Il fatto che questo rifacimento usi il lessico dell’apparato precedente e pretenda di essergli in larga continuità non deve ingannare. Il marxismo della seconda rivoluzione industriale, engelsiano e kautskiano, non c’entrò quasi niente (necessariamente, dunque prescindendo da eventuali limiti o cantonate) rispetto a quello di Marx ovvero della prima rivoluzione industriale ecc. Secondo ragionamento: neppure i più grandi successi della lotta di classe (come le rivoluzioni russa e cinese) furono avviati disponendo di guide politiche compattamente e adeguatamente al livello teorico-strategico “necessario”. I bolscevichi russi dovettero rifare da capo in pochi mesi nel 1917 pressoché tutta la loro linea strategica, e lo fecero obbligati a calci da Lenin, che aveva intuito, sulla scia della mobilitazione rivoluzionaria simultanea di contadini, soldati, operai, minoranze nazionali, che la linea precedente faceva ormai acqua da tutte le parti. E questo rifacimento leniniano peraltro risulterà incompleto dinanzi agli eventi successivi alla vittoria rivoluzionaria dell’Ottobre. Il partito comunista cinese criticò pesantemente in quanto retrograde le grandi insurrezioni contadine della prima metà degli anni venti, sicché la rottura con questa posizione da parte di Mao e l’avvio della rivoluzione contadina cinese avvennero mettendo da parte il partito. Terzo ragionamento: molta parte delle sinistre europee si interroga sulle radici teoriche del successo politico, da qualche tempo delle sinistre latino-americane, oggi di formazioni come Syriza e Podemos. Ma ciò che fa parte di questo successo, cioè della credibilità di queste formazioni nelle loro popolazioni, non è un avanzatissimo livello della loro riflessione teorico-strategica (anche se essa è tutt’altro che povera); si tratta in realtà, prima di tutto, della loro “internità” operativa, non fatta di chiacchiere nelle sedi di partito o di altisonanti comizi domenicali, affettivamente sul versante delle richieste di lavoratori spremuti come limoni e buttati via, di donne sfiancate dal doppio lavoro o da un lavoro casalingo privo di mezzi, di disoccupati, di precari, di vecchi in miseria, ecc., realizzata tramite una relazione quotidiana non solo dei militandi “di base” ma anche dei gruppi dirigenti e degli apparati con queste figure sociali e dandosi da fare per recare anche immediati miglioramenti anche se ridotti alla loro condizione di vita. Quarto ragionamento. Tutto ciò concorre ad argomentare il perché non solo della disintegrazione della sinistra italiana ma anche della stasi di buona parte delle sinistre europee: non hanno capito niente di tutto questo. Le ragioni appaiono fondamentalmente tre. La prima è il mix di ossessivo continuismo teorico, politico e delle forme organizzative, che ha impedito una comprensione minimamente adeguata di ogni grande cambiamento, da quello della forma capitalistica generale e quello della condizione popolare, da quello delle condizioni lavorative delle forze di lavoro a quella complessa realizzazione che è l’Unione Europea. Sono state queste gigantesche incomprensioni a fare del grosso delle sinistre europee un’incoerente e abbastanza inutile armata brancaleone, nonché di impedire loro di individuare le autoriforme necessarie. La seconda ragione, che spiega la precedente, è nell’accentuazione dei tratti di autoreferenzialità (e di carrierismo, burocratismo, ecc.) di ceti e microceti politici e apparati e microapparati del grosso di queste sinistre. La terza ragione, effetto di tutto ciò, è stato un impressionante impoverimento culturale, che ha portato più o meno rapidamente all’assorbimento caotizzante di ogni teorizzazione antisistemica del radicalismo piccolo-borghese (fermissimamente orientato a grandissima maggioranza a cooperare all’isolamento politico del proletariato e alla sua semicancellazione mediatica), parimenti ha portato a una feticizzazione insensata della democrazia parlamentare (questo fatto d’altra parte era tutto funzionale alle attese di status, di riconoscimento da parte mediatica e di reddito di ceti politici e apparati). L’alternativa a tutto questo, infine, è stata per alcune formazioni (Rifondazione Comunista in prima posizione) nel settarismo e nell’estremismo di vertice più impolitici e a volte distruttivi di proprie realtà di base o di realtà di movimento.
Siamo all’inizio di un tentativo che ritengo serio di riaggregazione della sinistra italiana, o, meglio, di una sua larga parte. Esso tuttavia è anche portatore di alcune pericolosità, organiche ai difetti sedimentati nel lungo processo di crisi e di dissoluzione della sinistra italiana, analoghi a quelli del resto d’Europa ma pure straordinariamente gravi. Questa cosa dev’esserci molto chiara: ma non certo per giustificare uno starsene a disparte della riaggregazione a guardare o a fare il tifo per questa o quella posizione o questo o quel gruppo o questo o quel leader, bensì per stare dentro fino in fondo all’aggregazione operandovi molto fermamente a che il meglio vi prevalga e si generalizzi. Inoltre occorre cominciare subito a starci dentro: non certo per bruciare tappe invece necessarie (per esempio i gruppi di recente uscita dal PD necessitano di un certo tempo per la raccolta delle loro forze potenziali e per una loro organizzazione di massima), bensì nella consapevolezza che la crisi terribile e radicale delle condizioni popolari e la brutalità dell’attacco cialtrone e autoritario che viene loro e alla democrazia dal governo Renzi richiedono tempi tagliati il più possibile. Data l’ampia assimilazione, non del tutto ingiustificata, dell’immagine delle sinistre politiche a quella generale in Italia, assolutamente pessima, della “politica”, sarebbe anche opportuno evitare di sottovalutare alcune pericolosità suscettibili di danneggiare più o meno significativamente la riaggregazione. La prima pericolosità deriverebbe, e si capisce da sé, dal partire con sole operazioni di “vertice”, cioè solo in sede parlamentare o in sede elettorale (pur assolutamente necessarie: senza un abbozzo di gruppo dirigente che si assuma le responsabilità che è necessario assuma non ci sarà nessuna riaggregazione; l’azione parlamentare è importante e funziona molto meglio praticarla unitariamente; alle elezioni amministrative dell’anno prossimo occorrerà che ci sia una partecipazione unitaria e omogenea delle sinistre in via di riaggregazione). Un’ulteriore pericolosità (di cui si intravvede qualche segnale) sarebbe la precipitazione di frenesie egemoniche di gruppetto o personali. Rifondazione Comunista è stata disintegrata prima di tutto da queste frenesie ovvero dal dominio prolungato in essa di personalità narcisiste incontrollabili: attrezziamoci da subito a prevenire questa sorta di infortuni. La terza pericolosità (e la più difficile a prevenire) sarebbe la ricostituzione di forme organizzative ultraverticali e coerentemente dotate di troppo larghi apparati (la ricostituzione quindi di segreteria, ufficio politico, direzione, comitato centrale, dozzine di commissioni di lavoro, e via ricalcando a livello regionale, provinciale, cittadino…). L’esperienza storica del movimento operaio ha dimostrato ad abundantiam come ciò tenda a trasformare il funzionamento operativo in qualcosa che somiglia orribilmente alla stratificazione di classe nel capitalismo. La verticalità deve essere esclusivamente al servizio del funzionamento, ed essere effettivamente oggetto di controllo e critica da parte della base militante, e in primo luogo da parte di quella lavorativa, giovanile e femminile. Le commissioni vanno largamente sostituite da collettivi di militanti di base, di lavoratori, di giovani, di donne, ecc. dotati di piena libertà di elaborazione e di iniziativa e le cui posizioni e proposte debbono essere portate alla discussione dell’intero partito e servire a orientarlo.
Siamo portatori come Sinistra Lavoro/Punto Rosso di una proposta al complesso delle sinistre intenzionate a una riaggregazione seria, non velleitaria e ciarliera e non subalterna, che potrebbe rappresentare, oltre che una fondamentale necessità dal punto di vista della riaggregazione, anche una medicina preventiva dinanzi alle possibilità di degenerazioni di ceto politico e burocratiche, di narcisismi, ecc.: la proposta di un “forum” partecipato da subito, ancor prima che la riaggregazione si compia, da tutte tali sinistre, composto da figure di proletari attivi, attrezzato da subito a intraprendere inchieste sulla condizione del mondo del lavoro (di tutto questo mondo, cioè della condizione del lavoro dipendente a tempo indeterminato, di quello fintamente autonomo, del precariato, del lavoro inoccupato, del lavoro andato in pensione, del doppio lavoro femminile, ecc.), inoltre attrezzato a intraprendere costruzioni di movimento e iniziative di mobilitazione e di lotta. Il 3 ottobre ci sarà un’assemblea a Milano (con partecipazioni da tutta Italia) costitutiva di questo forum. I partecipanti apriranno in esso anche un confronto con figure leader della sinistra, rappresentando loro che cosa si aspettino debba essere il futuro partito unificato della sinistra e chiedendo loro che cosa essi a questo riguardo pensino e intendano fare.

Precedente Alta velocità? Ma fateci il piacere, i pendolari viaggiano ancora su carri bestiame Successivo Sinistra Lavoro - Punto Rosso