VENETO E AUTONOMIA: REFERENDUM BIDONE, MA LE QUESTIONI RIMANGONO


SINISTRA ITALIANA DI QUARTO D’ALTINO (VE)

Il prossimo ottobre con il referendum irrilevante per gli effetti amministrativi, ma utile alla propaganda leghista, i veneti saranno chiamati ad esprimersi sulla volontà di maggior autonomia della regione nei confronti dello Stato nazione.
Sento molti amici e compagni convinti che possa essere utile cavalcare l’astensionismo, a mio avviso é un grave errore.
L’evidenza dei fatti ci dice che oltre metà dei cittadini del paese non ritiene più le istituzioni (quindi il voto per eleggerle) utili a risolvere in positivo le problematiche esistenti.
Alimentare l’idea del fallimento della politica politicante veneta, cavalcando il non voto, finirà per favorire un ulteriore scollamento democratico.
Per una parte importante della società è evidente che l’inutilità del referendum non é certo maggiore dell’inutilità di un parlamento svuotato di ogni potere, con una casta che fa gli affari propri e dei governi non legittimati dal voto elettorale.

Crediamo sia tempo di affrontare nel merito la questione, considerando che il referendum comunque coinvolgerà alcuni milioni di veneti, in gran parte speranzosi che ciò porterà ad una maggior autonomia, o meglio che si creeranno condizioni per un qualche miglioramento delle condizioni di vita.

Meglio sgomberare il campo da fraintendimenti.
Il giudizio di condanna e di ostilità nei confronti di chi governa il Veneto è netto.
La classe politica veneta ha dato prova di una commistione affaristico clientelare straordinaria con le cricche e i potentati locali, ma non ha mai interrotto i legami e la sudditanza con i poteri nazionali (ha un bel da fare Zaia a fare la voce grossa contro Roma, pensando che tutti si siano dimenticati che lui è stato Ministro dal 2008 al 2010 del Governo Berlusconi)

L’autonomia delle centrali economiche e finanziarie ha permesso in ragione delle scelte strategiche la marginalizzazione degli ambiti decisionali formali, spingendo le forze politiche che governano il Veneto ad una subordinazione totale, lasciando loro solo la libertà di accentuare la rincorsa del consenso sul terreno ideologico, costruendo una narrazione stralocalistica ed un immaginario reazionario e retrogrado.
Un vero e proprio laboratorio pericoloso , con il recupero delle pulsioni autoritarie, le campagne xenofobe, la costante ricerca del nemico esterno ed interno.
Per comprendere meglio questa vandea basta perdere pochi minuti e dare una scorsa alle leggi e agli atti istituzionali prodotti in questi ultimi due anni dal Consiglio regionale.
È una classe di governo che in questi anni (ma ovviamente anche quando si parlava di locomotiva veneta) non ha operato per dotarsi di uno straccio di idea sul terreno del lavoro, dell’occupazione, dell’innovazione, della formazione…. che non sia quella di privatizzare il collocamento, dare mano libera all’imprese con contributi a pioggia e costituire “carrozzoni” (i vari veneto sviluppo, veneto promozione, veneto innovazione….).
Non ha agito per affrontare la perenne emergenza ambientale trasformandola in terreno per un epocale piano di messa in sicurezza idrogeologica, di cura della montagna, di protezione delle coste, di bonifica delle aree inquinate, di valorizzazione paesaggistica e del patrimonio artistico, con massicci interventi (e nuova occupazione) per un sistema ecosostenibile.
Nell’ ambito sociale il degrado imposto dai governi nazionali a servizio sanitario e istruzione, ha trovato terreno fertile.
Il sistema sanitario si è fortemente indebolito con scelte che hanno favorito la privatizzazione dei servizi e una spartizione politica delle strutture.
La cosiddetta razionalizzazione dei presidi ospedalieri in realtà si è tradotta nel privare molte aree del territorio delle indispensabili strutture socio-sanitarie e di primo soccorso, mentre l’assistenza in particolare agli anziani e non autosufficienti è al collasso.
Intanto alle politiche neo medievali del governo in materia di diritto allo studio, si somma l’assenza di adeguati interventi strutturali per rendere il patrimonio scolastico regionale agibile.
Il taglio dei fondi statali è stato pesante, ma per capire quanto questo spesso sia solo una mezza verità, basta tenere d’occhio gli stipendi d’oro garantiti alla pletora di dirigenti, manager, consulenti e direttori.
Se poi guardiamo le scelte strategiche in materia di finanze, le cifre ballano ma per dire la più modesta citiamo i 5 miliardi e mezzo dati dal Governo a Intesa per prendersi Popolare di Vicenza e Veneto Banca esempio di banche che prima di collassare si sono mangiate i soldi di migliaia di piccoli risparmiatori veneti.

Nessun dubbio che per la sinistra almeno nel Veneto questi rappresentano il nemico principale. Oltre ad essere pedine omogenee ai processi di spogliazione liberista, da tempo agiscono come una comunità chiusa, gerarchica, persino xenofoba, portando ad un progressivo impoverimento sociale e culturale che non è azzardato definire pericoloso.

Una maggior autonomia consegnata nelle mani di questa classe arruffona risulterebbe un ulteriore smacco per la maggioranza dei veneti.

Questi nani sono potuti diventare giganti, solo grazie ad una storica politica colonialista che ha visto la grande burocrazia nazionale operare in disprezzo alle comunità territoriali.
Lo stato delle cose ci parla di una organizzazione istituzionale che ha ridimensionato i ruoli dei Comuni, riducendone le risorse, ridisegnando le competenze, tagliando le rappresentanze elette dai cittadini, con funzioni concentrate esclusivamente sui sindaci; le province non sono state abolite, hanno mantenute qualche funzione subordinata, ma si è tolta la possibilità alla popolazione di eleggere i propri rappresentanti; i consigli regionali non intercettano più i processi amministrativi, concentrati nelle mani dei “governatori” e della cerchia di comando di cui si sono dotati, al massimo come nel caso Veneto si limitano ad accontentare questa o quella lobbie locale, con leggi e atti istituzionali sulle nutrie, sui cinghiali, sui lupi, sul tiramisù, sul gonfalone….

Il quadro nel complesso è chiaro: procedere allo svuotamento dei poteri delle autonomie, trasformando ogni organismo decentrato in organo prefettizio al comandi dei poteri centrali del governo.
Se poi questa pretesa neo centralista si ricolloca nel contesto dell’ espropriazione delle democrazie dell’Europa comprendiamo quanto il concetto di sovranità e autonomia prendano un significato meno astratto.

Ciò nonostante per chi come noi ambisce non a portare a Roma qualche parlamentare (senza nessuna sottovalutazione della rappresentanza politica) ma a costituire una alternativa di sinistra per il governo del paese, ogni chiacchiera sulla partecipazione senza dire come questa si debba articolare in rapporto alle decisioni, resta aria fritta.

Noi continuiamo a dire come una litania, che la sinistra riparte dai territori, dal basso, critichiamo una idea verticistica che riproponga decisioni assunte dai pochi che dirigono dal centro nazionale, chiediamo di partecipare ma anche di poter essere protagonisti, di costruire esperienze territoriali che concorrano a definire un piano nazionale composito e solidale.
Quindi pensiamo ad un forte ruolo federalista, con grande autonomia dei luoghi, in relazione con le specificità dei territori e delle comunità, assolutamente solidale.

È stata questa la costante di molte delle principali esperienze di lotta almeno nel Veneto.
Ricordo l’opposizione alla scelta unilaterale del governo nella costruzione del Dal Molin a Vicenza; le mobilitazioni contro la Tav; quelle contro il tentativo di riempire le nostre coste di trivelle e gassificatori; le proteste contro il reticolo micidiale di autostrade e passanti; la sciagurata scelta del Mose; fino alla questione delle grandi navi a Venezia, passando per le politiche dei campi d’internamento per migranti. Ma anche quelle meno note, come la mobilitazione contro la delocalizzazione che, grazie alle migliaia di firme di veneti, ha portato all’approvazione di una legge regionale in contro tendenza con le pratiche di svuotamento del lavoro e le scelte liquidatorie delle imprese.
Tutte mobilitazione contro uno Stato centralista che su vicende capaci di segnare il futuro dei nostri territori ha espropriato di ogni ruolo tutte le Amministrazioni locali, allontanando i luoghi decisionali dalle popolazioni.

Una alternativa di sinistra, non può limitarsi a giocare sul terreno della mitigazione del sistema esistente, ma deve porsi senza esitazione dalla parte dell’autodeterminazione, dell’autogoverno, che sono il contrario dell’ egoismo settario, bensì diritto inalienabile delle collettività a ricercare le forme per vivere, lavorare, coesistere nelle migliori condizioni possibili.
Naturalmente con la consapevolezza che l’obiettivo non è moltiplicare i centralismi, le piccole patrie, i privilegi di nuove classi dominanti , approfittando di vivere nelle aree maggiormente dotate sul piano economico, produttivo, delle risorse naturali.

Maggiore autonomia regionale quindi come una scelta per riportare più vicino ai lavoratori, ai giovani precari, ai cittadini, i luoghi dove vengono gestite le risorse, dove vi sia possibilità conflittuale e vertenziale, capace di orientare, spostare e modificare le decisioni.
Naturalmente per raggiungere tali obiettivi è indispensabile, nel rispetto della Costituzione, ridisegnare sul piano nazionale il funzionamento degli aspetti di coesione economica, di Stato sociale, di identità formativa e culturale, di un riequilibrio solidale delle risorse.

Da militanti di sinistra non facciamoci almeno noi imbrogliare dalla retorica nazionalista, la rapina sui salari dei veneti, come dei lavoratori di altre regioni, con le trattenute fiscali al 25, 30% non servono a sostenere le aree più povere del nostro paese, né degli altri paesi oramai allo stremo, tanto meno servono a sostenere previdenza e stato sociale, sono le risorse che la classe dominante indirizza come da disposizioni delle grandi centrali capitalistiche.
Sono i soldi che si regalano alle banche che operano speculazioni finanziarie, che alimentano la follia delle spese militari, che sostengono le partecipazioni del nostro paese ai sistemi di “polizia internazionale” e alle operazioni “di pace” in giro per il mondo, che si buttano a pioggia alle imprese che gestiscono le “grandi opere strategiche”. Sono gli infiniti finanziamenti dati alla grande industria che ha ricambiato demolendo il lavoro nel paese. Pensare che questo argomento sia da consegnare alle rivendicazioni delle corporazioni è un grave errore

In conclusione il referendum è stato pensato per un plebiscito a sostegno del governatore Zaia e per le sue ambizioni nazionali, ha la consistenza di un sondaggio e non modificherà nulla nel rapporto Stato Regione e non ultimo getterà alle ortiche circa 16 milioni di euro che si potevano certamente utilizzare in modo migliore.

Li dentro ci sarà il voto di chi vuole il gonfalone serenissimo anche dentro le camere da letto; chi pensa all’ autonomia come maggiori risorse da arraffare per se e per le proprie conventicole; chi pensa che tra “paroni a casa nostra” e “via tutti gli immigrati” si garantiranno qualche anno di carriera politica e stipendio.

Molti, invece, si esprimeranno con il voto convinti di poter rivendicare il diritto alla decisione, una maggior capacità di gestire localmente parte delle risorse prodotte.
Moltissimi lo faranno pensando a quanto le politiche dei governi centrali (piegati alla Banca Europea e al Fondo Monetario) e in particolare del governo Renzi, abbiano portato miseria diffusa, sfascio della scuola, tagli alla sanità, ai diritti dei lavoratori.
Lo faranno in molti pensando che le centinaia di migliaia di cittadini veneti disoccupati e precari, le oltre 500.000 famiglie che in regione vivono sotto la soglia di povertà, potrebbero avere maggiori risorse finanziarie sottratte a governi vergognosi, per un qualche miglioramento della loro situazione.
Lo faranno di sicuro le genti della montagna bellunese che da tempo nell’autonomia vedono un ulteriore passo nella direzione della specificità alpina, oggi del tutto ignorata.

Ragioniamoci. Partiamo dallo stato di cose esistente e non sottraiamoci dal misurarci con la società reale, con il nostro popolo, per com’è e non per come ci piacerebbe fosse.
“Liberare e federare”, potrebbe significare in definitiva tornare in campo, per una vertenza dove i ceti subalterni contendano alla borghesia Veneta, il diritto a maggior controllo popolare, imponendo con la mobilitazione che questa determini una cessione di poteri reali verso il basso, per uno sviluppo che veda i Comuni riacquistare un ruolo fondamentale.
Concludiamo.
In Veneto non fanno grande effetto le narrazioni sabaude e patriottiche, che solitamente non comprendendo nulla delle dinamiche reali dei territori portando guai ovunque.
L’idea che una diversa organizzazione dello Stato su base federale possa essere una sciagura, non convince più nessuno, anzi la centralizzazione dei poteri sempre più risulta veicolo di autoritarismo.
Gli ultimi anni di governi tecnici (imposti al paese dai poteri extranazionali) hanno massacrato il lavoro, demolito lo stato sociale, privato di ogni prospettiva i giovani, portato a livelli di povertà milioni di persone.
Quindi un riequilibrio dei poteri istituzionali verso il basso non può che rendere più difficili queste politiche. Potrebbe essere una inversione della tendenza capitalistica al concentramento dei poteri nelle mani delle multinazionali e delle loro agenzie sovranazionali a-democratiche, a favore dei poteri locali democratici a sovranità popolare.
È una idea persino ortodossa che sceglie, a fronte dell’organizzazione centralistica dello Stato, l’idea della democrazia dei Consigli.
A quanti ci fanno osservare che il nostro è un inutile localismo e che rischiamo di fare come gli “sciocchi che guardano il dito invece che guardare la Luna”, ricordiamo che viviamo in un posto dove la Luna è importante, ma conta di più guardare dove si mettono i piedi, per non inciampare.
Questo per non predicare alle vigne di Prosecco.

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