Veneto ed invasioni barbariche: le menzogne dei seminatori d’odio

Nel precedente articolo uscito a fine agosto in “venetoasinistra.altervista” abbiamo provato a spiegare quali siano davvero le questioni che minacciano il benessere e la sicurezza dei veneti, facendo un breve esempio di come criminalità e malavita, siano cose ben più significative degli allarmismi xenofobi.
Oggi proviamo a fare un po’ di chiarezza in ordine alla questione della “percepita invasione barbarica”.

Una doverosa premessa.
La questione immigrazione è oggi brandita come una clava e con un crescendo di livore in rapporto stretto con il deteriorarsi della condizione economica e sociale.
Le politiche di austerità hanno dissanguato i ceti popolari. Il capitalismo ha portato su scala globale alla moltiplicazione della miseria e il suo destino è segnato: disegnare isole sempre più ristrette di enorme ricchezza circondate dal mare della esclusione.
Al perdurare della crisi sistemica, i gruppi dominanti provano a scaricare tutte le contraddizioni sulle classi subordinate: la “cosiddetta guerra tra i poveri”, la carta del conflitto dei “penultimi contro gli ultimi”. È in questa condizione, oggi per altro cosi evidente, che il rovesciamento di valori si determina in modo rapido.

Il nemico marcia dentro le nostre scarpe.
Evitando complesse letture sociologiche o addirittura antropologiche, si deve prendere atto in modo materialistico che l’idea di uguaglianza tra le classi popolari è diventata un disvalore.
Per le classi popolari, soprattutto nelle fasce del mondo del lavoro, si è affermato il concetto che uguaglianza possa semplicemente significare ridistribuzione della miseria, al ribasso.
I lavoratori pensano di poter difendere così il loro modestissimo salario dal precipizio del precariato, dal disagio sociale, rispondono all’incombente povertà assoluta, attestandosi alla loro povertà relativa. È così che i processi di ridistribuzione dei poteri, mutano a favore della classe dominante, capace di esercitare egemonia e dare consenso e consistenza di massa ai suoi disegni. Il timore di trovarsi oltre il baratro, accompagnato dal senso di impotenza e rassegnazione, si trasformano presto in domanda di ordine, di disciplina, certezza, sicurezza. Si chiede al governo “la stabilita nella paura”, leader rassicuranti e decisionisti, capaci di evocare immaginari che mettano in secondo piano i bisogni reali per affermare priorità infondate ma capaci di agire sugli istinti primitivi.
Emerge l’idea fondante che non tutti possono farcela e che tutto è valido per non soccombere individualmente.
Non si tratta di una crisi transitoria, ma di una opera sistematica di distruzione e decomposizione della ragione. La borghesia e il cosiddetto ceto medio si illudono così che nella disuguaglianza si mantengano meccanismi di privilegio e una larga fetta di popolo si affida ai pochi messaggi unificanti capaci di incanalare rabbia e rassegnazione e di dare la sensazione di poter reggere e frenare la caduta verso il basso.
Dopo le politiche di austerità che in Europa ed in Italia hanno messo in ginocchio gran parte delle popolazioni, la risposta populista potrebbe, per una fase transitoria, imporsi con forme autoritarie accompagnate da piccole risposte ai bisogni di settori di società, con misure corporative efficaci ad accrescere il consenso e a produrre divisione.
Ritornano da tempi che non avremo più voluto rivivere, concetti come il “patriottismo “, l’identità di terra e sangue, il nazionalismo tronfio e autarchico, la xenofobia.
Lo si fa evocando la minaccia del “nemico” esterno (islamici, extracomunitari, immigrati in generale, rom) ed interno ( ieri i traditori banditi, oggi i buonisti, ma anche le donne che vogliono la maternità consapevole, le persone che rivendicano la libertà sessuale, gli antifascisti…).
In questo contesto la gestione del fenomeno dell’immigrazione è la punta dell’iceberg di una offensiva tesa a definire i nuovi rapporti sociali ed economici, quindi di ridefinizione del campo dei diritti individuali e collettivi.

Questo ci esime dall’affrontare la problematica immigrazione? Certamente no.
Ci sono interi stati rasi al suolo da guerre infinite, territori dove il colonialismo ancor oggi depreda ogni risorsa, regimi feroci tenuti in piedi dalle multinazionali che impongono guerre tribali e sistemi fondati sul terrore
Ci sono aree tradizionalmente svantaggiate dalle condizioni naturali che le mutazioni climatiche hanno reso inabitabili, luoghi dove acqua e cibo sono un miraggio e dove qualsiasi soluzione di possibile sopravvivenza è comunque una prospettiva migliore.
Emigrati economici e profughi di guerra, cercano un luogo dove poter vivere meglio, o più semplicemente vivere.

La risposta del nostro paese è stata vergognosa.
Non è stato predisposto nessun piano strategico e di coinvolgimento di tutto il territorio nazionale, per accoglienza e la coesione solidale; non vi è stata nessuna assunzione di responsabilità nei confronti dei paesi d’origine degli immigrati (continuiamo ad appoggiare bande tribali per garantire all’Eni le forniture di gas e petrolio, a fornire strutture logistiche per i bombardamenti in Siria, a vendere armi all’Arabia saudita che sta devastando lo Yemen, a finanziare i campi di concentramento il Libia, veri luoghi di tortura e barbarie).
Un problema che si sarebbe potuto risolvere con soluzioni intelligenti, concrete, efficaci, pragmatiche si è invece esasperato con lucido cinismo. In nome della sicurezza nazionale si è persino ritenuto accettabile rimanere indifferenti di fronte all’annegamento nel Mediterraneo di centinaia di bambini, ragazzi, donne, uomini.
E questo ragionamento vale per la stessa Europa che pur consapevole delle dimensioni e delle dinamiche del fenomeno, invece che assumere la questione come un nodo rilevante dei nuovi processi determinati dalla crisi della globalizzazione capitalistica, ha preferito usare la vicenda per il teatrino della politica tra stati in lotta per l’egemonia

Detto ciò, del fenomeno “stranieri” o più genericamente immigrati, cosa si conosce davvero? Dentro questa spirale odiosa è certamente difficile ragionare, ciò nonostante occorre provarci.

Cosa succede in Italia.?
In Italia l’arrivo di stranieri su scala quotidiana è diminuito di oltre 7 volte rispetto al 2016. L’Organizzazione internazionale delle migrazioni, un’agenzia collegata alle Nazioni unite, rileva che gli ingressi si sono quasi dimezzati nei primi otto mesi dell’anno in corso, registrando in Italia il punto più basso di ingressi negli ultimi cinque anni (19.761), ben al di sotto ad esempio della Spagna (27.994).
Gli stranieri in Italia sono complessivamente 5.144.440 pari all’8.7% della popolazione, di cui 2.600.000 europei, 1.047.000 africani, 1.019.000 asiatici, 370.000 americani
Il Ministero delle Economie e Finanze ci dice che sono oltre 2.300.000 i lavoratori immigrati che hanno fatto la dichiarazione dei redditi. Al gettito Irpef sono poi aggiunti l’imposta indiretta sui consumi (stimata in 2,5 miliardi), le imposte sui carburanti (940 milioni di euro), circa 240 milioni annui derivanti da gioco del lotto e lotterie, altri 340 milioni di euro circa tra rinnovi dei permessi di soggiorno e richieste di acquisizione della cittadinanza italiana. In totale 7,2 miliardi.
Nel computo delle entrate per lo Stato italiano «oltre al gettito fiscale, vanno anche considerati i contributi previdenziali» complessivamente 11,5 miliardi , che sommati ai 7.2 miliardi, fanno la cifra di 18,7 miliardi di euro.
Facendo i conti “della serva” e misurando i dati forniti dal Ministero, gli “stranieri” determinano una serie di costi di circa 4 miliardi di euro per quanto riguarda la Sanità, circa 3 miliardi per la voce scuola/istruzione, 2,7 miliardi legati a costi sostenuti dal ministero dell’Interno, altri due per il settore della Giustizia. Il totale, con l’aggiunta di servizi sociali, casa e trasferimenti economici, porta a uscite per 16,6 miliardi di euro.
Contando con le dita, possiamo calcolare in circa 2,1 miliardi il saldo positivo per lo Stato? Si consideri poi che sui 5.144.440, ben 1.187.000 sono ragazzi e bambini in età di scuola dell’obbligo.

Ma veniamo al Veneto.
Sui 4 907 530 residenti veneti, gli immigrati sono 485.000, meno del 10%. Di questi 279.000 sono europei, 99.000 africani, 89.000 asiatici, 14.000 americani.
Solo 12.000 sono profughi che hanno chiesto asilo politico, lo 0.2% della nostra popolazione.
Nel Veneto i migranti che lavorano e sono assicurati all’Inps sono 248.903 ed ogni anno versano un miliardo e 570 milioni di contributi, mentre i pensionati (invalidi compresi) non superano i 10.000, con un evidente beneficio per le casse dell’ente previdenziale
Sono invece 47.000 le imprese straniere che operano in Regione con circa 774 milioni di Irpef versati.
I ragazzi stranieri iscritti nelle scuole venete (asilo, elementari, medie e superiori) sono 91.853 (dato Miur 2016). Ultimo dato la presenza di immigrati irregolari, detti clandestini, nel Veneto è stimata al 7% della presenza migratoria, lo 0.6% della popolazione veneta. Per altro largamente “messe a risorsa” e utilizzati per forme di lavoro nero o para schiavistiche.
Si badi bene caporalato e lavoro nero non sono sinonimo di accoglienza e buonismo, ma di imprese che nel Veneto sono state trovate (dai pochi ispettori del lavoro che operano nella nostra regione) ad usare mano d’opera in nero con circa 230.000 accertamenti (ovviamente non tutti stranieri) per una evasione fiscale di circa 3 milioni di euro all’anno.

Ragionamento della serva: la regolarizzazione dei lavoratori stranieri oggi impiegati “in nero” ridurrebbe nel Veneto il fenomeno degli irregolari clandestini, rendendolo un dato trascurabile.
Non siamo quindi di fronte ad un fenomeno allarmante, ingestibile, minaccioso.
Semplici politiche razionali potrebbero persino trasformare questa occasione in una opportunità di benessere.

Chi dice ad esempio nel Veneto la presenza degli immigrati ha permesso l’abbassamento delle condizioni di lavoro per tutti, si dimentica di dire che ci sono situazioni illegali e di sfruttamento che in uno Stato di Diritto dovrebbero essere perseguiti dalla legge. Dicendo ciò tutti vanno con il pensiero ai raccoglitori di pomodori nei campi della camorra, oppure nei laboratori di abbigliamento gestiti dalla mafia cinese. Meno si sa delle nuove forme di caporalato, dei subappalti per arruolare manodopera ricattabile e sottopagata, come nei casi sollevati ai cantieri navali gestiti dai gioielli di stato come la Fincantieri.
Non è criminalizzando chi lavora 12 ore al giorno per 20 euro e poi dorme sotto i ponti, che si risolverà la situazione, bensì perseguendo chi grazie a ciò si arricchisce sempre di più, senza tanti scrupoli..

Si dice che la presenza di stranieri ha abbassato i livelli salariali.
Una falsità: se togliamo di mezzo chi lavora in nero o chi é preda di reti malavitose, sono le leggi che hanno spezzato le regole e favorito la precarizzazione dei rapporti di lavoro, che hanno legittimato forbici salariali vergognose.

Ultima questione: sono gli stranieri a portarci via il lavoro?
Ancora una volta i conti della serva: In Italia gli stranieri residenti sono 5.144.440, mentre gli italiani residenti all’estero sono 4.973.984. Il giochino di “ognuno a casa propria” non modificherebbe quasi nulla, lasciando invariato il numero dei disoccupati che ricordiamo oggi rappresenta il 10% della popolazione lavorativa con il dato della disoccupazione giovanile che torna a salire al 32%.Dati Istat parlano che nel 2017, sono stati circa 12.000 i ragazzi veneti emigrati all’estero.
Il lavoro non manca per colpa degli stranieri, ma per un sistema economico che in nome del profitto di pochi aumenta l’età pensionabile, aumenta i ritmi di lavoro, sposta enormi capitali dai settori produttivi alla finanziarizzazione, alle speculazioni.

Una considerazione
In assenza di politiche concrete per rafforzare i salari e le tutele dello stato sociale, per ridurre l’orario di lavoro e l’età pensionabile; senza regole che rendano il lavoro stabile in un quadro di prospettive certe: la crescita delle famiglie e della natalità saranno in progressivo declino.
Le attuali generazioni di giovani (costretti a contratti precari per gran parte della loro vita lavorativa, impossibilitati o condizionati nel fare previsioni di vita a lungo termine), infine invecchieranno e solo una minoranza avrà avuto figli.
Come funzioneranno le fabbriche, le imprese, i luoghi di produzione. Mentre scriviamo questo articolo è comparsa sui giornali di tutta Europa la notizia che la Germania necessita di 1.600.000 nuovi immigrati per mantenere i ritmi delle loro attività produttive.

Infine una nota “di colore”.
Uno dei cavalli di battaglia dei razzisti, è che gli immigrati sono solo un buon affare per i “buonisti” e le loro cooperative.
E’ certo che sulla pelle dei migranti in molti si sono adoperati per torna conto, lecito ed illecito; che le organizzazioni criminali e mafiose hanno trovato, come del resto in molte altre attività quotidiane, le opportunità per i loro affari.
E’ altrettanto chiaro che il mondo del volontariato, delle cooperative che operano sul terreno dell’accoglienza, di quelle che gestiscono i luoghi di soggiorno, pur svolgendo spesso una azione meritoria di supplenza dello Stato, non sono esenti da porcherie e furbate.
Non stupisce che vi siano state cooperative inventate proprio per lucrare sul nuovo grande business della disperazione. A leggere le cronache su quotidiani e media emergono aree grigie che coinvolgono alcune delle realtà significative e spesso è la magistratura e non la politica a fare chiarezza.

In definitiva lo Stato avrebbe tutti gli strumenti per affrontare senza nessun dramma la questione immigrazione, smontando chi invece mantiene tale condizione di degrado solo per rafforzare le proprie fortune elettorali costruite su paura e odio.
Nel Veneto la presenza di immigrati rappresenta un valore aggiunto, e potrebbe rappresentare una fonte di ricchezza per tutta la società sul piano economico, ma anche sul piano della multiculturalità e della educazione alla solidarietà e alla convivenza tra i popoli, come antidoto alla guerra permanente.

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